Cos’è e Come si Forma la CO2: Definizione, Proprietà e Impatto Climatico

14 agosto 2026

Di Ampere Transition

Cos’è e Come si Forma la CO2: Definizione, Proprietà e Impatto Climatico
Indice

La CO2 (anidride carbonica) ha formula O=C=O: come si forma nei processi naturali e antropici, quali proprietà chimico-fisiche ha e perché è il principale gas serra di origine antropica, fino ai 432,3 ppm registrati a Mauna Loa nel maggio 2026.

1. Cos’è la CO2: definizione, formula chimica e differenza con il monossido di carbonio

La CO2 è il prodotto finale dell’ossidazione completa del carbonio organico: si forma nella respirazione cellulare come nella combustione di legna, carbone o idrocarburi. È anche il gas di riferimento della contabilità delle emissioni, poiché nel calcolo del potenziale di riscaldamento globale (GWP) le viene assegnato convenzionalmente valore 1 e a essa sono rapportati gli altri gas serra attraverso la CO2 equivalente.

Va tenuta distinta dal monossido di carbonio (CO), composto diverso per proprietà, tossicità e classificazione: la confusione tra le due sigle produce errori nelle schede di dati di sicurezza e nei documenti di valutazione del rischio.

Qual è la definizione chimica e la formula della CO2?

Molecola lineare e apolare, con un atomo di carbonio centrale legato a due atomi di ossigeno: formula bruta CO2, formula di struttura O=C=O. Il carbonio si trova al numero di ossidazione +4, il massimo per questo elemento, perciò la molecola è completamente ossidata. Da questa condizione derivano la sua stabilità e la scarsa reattività in condizioni ordinarie.

Il nome IUPAC è diossido di carbonio; «anidride carbonica» e «biossido di carbonio» sono le denominazioni d’uso corrente.

Quali proprietà e identificatori caratterizzano la CO2?

In condizioni ambientali è un gas incolore e inodore, stabile e poco reattivo ma non inerte: ad alta temperatura reagisce con alcuni metalli. Gli identificatori che la individuano nei registri ufficiali:

  • Numero CAS: 124-38-9
  • Numero CE (già EINECS): 204-696-9
  • Massa molare: 44,009 g/mol, base per la conversione tra masse e volumi nelle stime di emissione
  • Notazione SMILES: C(=O)=O

2. Come si forma la CO2 nel ciclo del carbonio e nei processi naturali

La CO2 si forma di continuo all’interno del ciclo del carbonio, il movimento del carbonio tra atmosfera, oceani, terre emerse, biomassa e formazioni geologiche. È la principale forma di scambio, ma non l’unica: il carbonio circola anche come metano (CH4), ioni bicarbonato e carbonato (HCO3− e CO32−) e molecole organiche. Il ritorno in atmosfera segue vie diverse a seconda della forma di partenza: ossidazione per il metano e i composti organici, spostamento degli equilibri acido-base e successivo degassamento per bicarbonati e carbonati, nei quali il carbonio è già completamente ossidato.

Gli oceani fanno da regolatore, poiché dissolvono la CO2 nelle acque superficiali e la scambiano con l’aria secondo temperatura e pressione parziale del gas. È uno dei meccanismi che, nei circa diecimila anni precedenti la Rivoluzione industriale, hanno mantenuto la concentrazione atmosferica entro una fascia ristretta, tra 260 e 280 ppm.

Quali processi biologici producono CO2?

Gran parte della CO2 naturale nasce dalla degradazione o dall’ossidazione della materia organica:

  • Respirazione cellulare: l’ossigeno reagisce con il glucosio producendo CO2, acqua ed energia. È comune a piante, animali e microrganismi.
  • Decomposizione: i decompositori liberano CO2 degradando residui vegetali e animali; in assenza di ossigeno il processo vira verso il biogas, miscela di metano e CO2.
  • Fermentazione alcolica: converte il glucosio in etanolo e CO2, alla base della produzione di vino, birra e lievitati.
  • Metanogenesi anaerobica: nelle zone umide e nelle discariche produce metano, spesso in miscela con CO2.

La stessa biosfera che emette CO2 ne è anche uno dei principali serbatoi: con la fotosintesi le piante fissano il carbonio in composti organici, ma ne restituiscono all’atmosfera circa la metà con la propria respirazione. Il resto entra nella biomassa e rientra in circolo con la decomposizione.

Quali processi geologici e naturali rilasciano CO2?

Accanto alla biologia, una quota rilevante di CO2 ha origine geologica o deriva da combustioni naturali:

  • Combustione di materiali organici: incendi boschivi innescati da fulmini, che bruciano legno, biomassa e torba.
  • Attività vulcanica e idrotermale: eruzioni, fumarole, geyser, bocche idrotermali e vulcani sottomarini rilasciano CO2 di origine profonda.
  • Decarbonatazione delle rocce carbonatiche: in profondità calore e pressione liberano CO2 dai carbonati, che risale poi attraverso le stesse vie vulcaniche e idrotermali.

3. Origine antropica della CO2: combustibili fossili e attività umane

A partire dalla seconda metà del Settecento, con la Rivoluzione industriale, le attività umane hanno alterato il bilancio del carbonio. Bruciare combustibili fossili significa riportare in atmosfera, in poche generazioni, carbonio che la geologia aveva sequestrato nel sottosuolo in milioni di anni: è questo squilibrio temporale, più della singola combustione, a rendere le emissioni antropiche un problema climatico.

I numeri danno la misura del fenomeno. Nel periodo preindustriale la concentrazione atmosferica si aggirava intorno ai 280 ppm, mentre il picco stagionale del maggio 2026 ha toccato 432,3 ppm; nel decennio 2016-2025 l’incremento annuo misurato a Mauna Loa ha oscillato tra 1,84 e 3,33 ppm. I serbatoi naturali continuano ad assorbire circa la metà delle emissioni antropiche, con l’oceano intorno al 29% e la vegetazione al 21% nella media 2015-2024, ma la quota restante si accumula in atmosfera ed è all’origine dell’effetto serra aggiuntivo rispetto a quello naturale.

Quali settori e quali attività di combustione emettono più CO2?

La combustione di combustibili fossili è la principale origine antropica della CO2: durante la reazione il carbonio del combustibile si ossida e torna in aria come anidride carbonica, secondo lo schema della combustione del metano (CH4 + 2 O2 → CO2 + 2 H2O). È il meccanismo comune che lega comparti molto diversi tra loro:

  • Produzione termoelettrica: centrali a carbone e a gas naturale, storicamente la prima voce delle emissioni.
  • Trasporti: autoveicoli, navi e aerei alimentati da derivati del petrolio.
  • Industria manifatturiera e riscaldamento civile: processi produttivi e impianti di climatizzazione a combustibili fossili.

Quali altre fonti antropiche contribuiscono oltre ai combustibili fossili?

Non tutte le emissioni umane passano dalla combustione di carburanti. Alcuni processi industriali liberano CO2 per ragioni chimiche intrinseche, indipendenti dall’energia consumata, e a queste si somma l’effetto della gestione del territorio:

  • Produzione di cemento: la calcinazione del carbonato di calcio libera CO2 di processo, che si somma a quella della combustione.
  • Siderurgia e chimica di base: acciaio, ghisa, ammoniaca e idrogeno, dove il carbonio interviene come reagente.
  • Deforestazione e degrado del suolo: seconda voce delle emissioni antropiche di CO2 dopo i combustibili fossili, riduce la capacità di assorbimento dei pozzi e libera carbonio quando la biomassa brucia o si decompone.
  • Agricoltura intensiva: lavorazione del suolo, allevamento e prosciugamento delle zone umide amplificano il rilascio di carbonio.

4. Proprietà chimico-fisiche della CO2: struttura, stati fisici e reattività

La CO2 è una molecola stabile e poco reattiva in condizioni ordinarie, ed è questa stabilità a spiegarne la lunga permanenza in atmosfera. Non è però inerte: reagisce con i composti organometallici come i reattivi di Grignard formando acidi carbossilici, e ad alta temperatura si dissocia progressivamente in CO e O2. Dal punto di vista climatico è il gas di riferimento per il Global Warming Potential, con un valore fissato convenzionalmente a 1, e assorbe radiazione infrarossa con bande caratteristiche a 4,26 µm e 15 µm: è quest’ultima, prossima al picco di emissione termica terrestre, a determinarne il ruolo di gas serra. Sul piano della sicurezza non è infiammabile.

Quali caratteristiche definiscono struttura, massa molare e polarità della CO2?

La struttura della CO2 è lineare, O=C=O, con un angolo di legame di 180°. I singoli legami C=O sono polari, ma la simmetria della molecola annulla i due dipoli e le conferisce carattere complessivamente apolare, con momento di dipolo nullo. I legami C=O misurano circa 116,3 picometri, dato che contribuisce a spiegare la rigidità della geometria, e la massa molare è di 44,009 g/mol.

In quali stati fisici può presentarsi la CO2 e con quali parametri di fase?

A temperatura e pressione ambiente la CO2 è un gas incolore con densità di 1,977 kg/m3 a 0 °C e 1 atm, circa 1,5 volte quella dell’aria: per questo tende ad accumularsi in zone basse e poco ventilate. Oltre ai tre stati classici, la CO2 presenta una regione supercritica di rilievo industriale:

  • Stato gassoso: la forma stabile alle condizioni atmosferiche ordinarie.
  • Stato solido (ghiaccio secco): a 1 atm sublima direttamente a −78,5 °C, senza passare per il liquido.
  • Stato liquido: non stabile a 1 atm, si ottiene sopra 5,18×105 Pa (circa 5,2 atm) e sotto il punto critico.
  • Fluido supercritico: oltre il punto critico, fissato a 30,98 °C e 7,375×106 Pa, liquido e gas non sono più distinguibili. È la forma in cui la CO2 viene trasportata e stoccata negli impianti CCS.

Il punto triplo, in cui le tre fasi coesistono, si colloca a −56,6 °C e 5,18×105 Pa. In acqua la CO2 si scioglie con una solubilità di 1,69 g/L a 20 °C e 1,48 g/L a 25 °C, misurate a pressione parziale di 1 atm, e forma acido carbonico secondo l’equilibrio CO2 + H2O ⇌ H2CO3 ⇌ HCO3− + H+ ⇌ CO32− + 2H+. È lo stesso equilibrio che governa l’acidificazione degli oceani.

Parametri chimico-fisici della CO2: temperatura, pressione e condizioni di esistenza delle diverse fasi.
Stato fisico e punti di transizioneTemperaturaPressioneNote
GassosoCondizioni atmosferiche ordinarie1 atm (101.325 Pa)Densità 1,977 kg/m3 a 0 °C; circa 1,5 volte quella dell’aria
Solido (ghiaccio secco)−78,5 °C (sublimazione)1 atmSublima direttamente senza passare per il liquido a pressione atmosferica
LiquidoTra −56,6 °C e 30,98 °COltre 5,18×105 Pa (≈ 5,2 atm)Non stabile a 1 atm; richiede sovrapressione
Fluido supercriticoOltre 30,98 °COltre 7,375×106 PaPunto critico: 30,98 °C e 7,375×106 Pa. Liquido e gas non più distinguibili; forma usata nel CCS per trasporto e stoccaggio
Punto triplo−56,6 °C5,18×105 PaNon è uno stato fisico ma il punto di coesistenza delle tre fasi, e il limite inferiore dello stato liquido

5. CO2 e cambiamento climatico: effetto serra, emissioni e dati atmosferici

L’effetto serra naturale è ciò che rende la Terra abitabile: senza il calore trattenuto dai gas serra la temperatura media superficiale si collocherebbe intorno a −18 °C. La CO2 è uno dei protagonisti di questo equilibrio, ma il problema climatico nasce dalla sua alterazione: le emissioni antropiche immettono carbonio a un ritmo superiore a quello con cui pozzi oceanici e fotosintesi riescono a riassorbirlo, e la quota in eccesso si accumula in atmosfera. La prospettiva geologica dà la misura dello scarto: durante le fasi glaciali del Quaternario la concentrazione era scesa fino a circa 180 ppm, e nell’intero record delle carote di ghiaccio degli ultimi 800.000 anni non ha mai superato i 300 ppm.

Il picco stagionale del maggio 2026 ha toccato 432,3 ppm a Mauna Loa. Nel decennio 2014-2024 la concentrazione globale è cresciuta in media di 2,6 ppm l’anno, contro 1,6 ppm negli anni Ottanta e 1,5 negli anni Novanta: il ritmo non solo non rallenta, ma accelera. Rispetto ai 280 ppm preindustriali il distacco supera ormai i 150 ppm, un margine che nel Quaternario non ha precedenti sull’arco di poche generazioni.

In che modo la CO2 intensifica l’effetto serra e il riscaldamento globale?

La CO2 assorbe e riemette la radiazione infrarossa, trattenendo calore in atmosfera e alterando il bilancio energetico del pianeta. Secondo l’indice AGGI del NOAA, nel 2024 la CO2 ha rappresentato circa il 66% del forzante radiativo esercitato dai gas serra a lunga vita, contro il 16% del metano, ed è all’origine di circa l’81% dell’aumento registrato dal 1990. Il suo effetto persiste a lungo, per via della permanenza in atmosfera, anche quando le emissioni rallentano.

Alla tendenza di fondo si sovrappone la fluttuazione stagionale descritta dalla curva di Keeling, con un massimo a maggio e un minimo a settembre, legata al ciclo vegetativo dell’emisfero settentrionale. Per dare la scala dei volumi, ogni ppm corrisponde a circa 7,82×1012 kg di CO2, e quindi a un totale atmosferico dell’ordine di 3,4×1015 kg. Gli oceani assorbono circa il 29% delle emissioni antropiche, ma al prezzo dell’acidificazione marina, con danni agli organismi calcificanti come coralli, molluschi e coccolitofori.

Cosa dicono gli scenari IPCC e quali obiettivi di riduzione ne discendono?

Il riferimento scientifico è l’IPCC, che nel Sesto rapporto di valutazione (AR6, rapporto di sintesi del marzo 2023) organizza le proiezioni in cinque scenari socioeconomici, gli SSP. Nello scenario a emissioni più basse, SSP1-1.9, le emissioni nette di CO2 si azzerano intorno al 2050 e il riscaldamento a fine secolo si colloca su una stima migliore di +1,4 °C; in assenza di riduzioni profonde la soglia dei 2 °C viene superata nel corso del secolo. Il settimo ciclo di valutazione è in corso, con i tre rapporti dei gruppi di lavoro in fase di redazione e il rapporto di sintesi atteso non prima del 2029.

Su questa base l’AR6 quantifica il percorso necessario: per contenere il riscaldamento intorno a 1,5 °C le emissioni globali di gas serra dovevano toccare il picco entro il 2025 ed essere ridotte del 43% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019, con un intervallo interquartile tra il 34% e il 60%; per restare sotto i 2 °C la riduzione richiesta al 2030 scende al 27%. Il primo riferimento non è stato rispettato: il Global Carbon Budget 2025 registra un nuovo massimo per le emissioni fossili di CO2 e stima il budget di carbonio residuo per l’obiettivo di 1,5 °C in 170 miliardi di tonnellate, pari a circa quattro anni ai livelli di emissione del 2025.

Sul piano normativo l’Unione europea traduce questi obiettivi nella normativa europea sul clima, il regolamento (UE) 2021/1119, che fissa la neutralità climatica al 2050 e una riduzione netta di almeno il 55% al 2030 rispetto al 1990. Il regolamento di modifica pubblicato in Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 18 marzo 2026, in vigore dal 7 aprile 2026, ha aggiunto un traguardo intermedio vincolante al 2040, pari a una riduzione netta del 90%, con un margine di flessibilità: dal 2036 fino a cinque punti percentuali potranno provenire da crediti internazionali di carbonio di alta qualità, utilizzabili solo nei settori non coperti dall’EU ETS. Lo stesso testo ha rinviato dal 2027 al 2028 la piena operatività dell’ETS2, il sistema di scambio di quote per trasporto stradale ed edilizia.

Come si quantificano e si riducono le emissioni di CO2?

Le emissioni climalteranti non si limitano alla CO2: comprendono anche metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC), esafluoruro di zolfo (SF6) e trifluoruro di azoto (NF3). Per confrontarli si usa la CO2 equivalente, basata sul potenziale di riscaldamento globale (GWP) calcolato su un orizzonte di 100 anni, che fornisce una base di confronto standardizzata tra gas con effetti molto diversi.

Sul fronte della riduzione gli strumenti principali sono l’efficienza energetica e le rinnovabili, che agiscono sulle emissioni alla fonte; la riforestazione, che potenzia i pozzi naturali di assorbimento; l’Accordo di Parigi, quadro internazionale di contenimento del riscaldamento; e il sistema EU ETS con il pacchetto Fit for 55. A questi si affianca il CBAM, in regime definitivo dal 1° gennaio 2026, che applica un prezzo del carbonio alle merci importate per riequilibrare la concorrenza con i paesi a standard climatici meno stringenti.

6. Fonti naturali e fonti antropiche di CO2: differenze e trend di emissione

La distinzione tra fonti naturali e antropiche è la base di ogni inventario delle emissioni, perché solo separando le due componenti si possono progettare politiche di mitigazione efficaci. Il dato di tendenza è inequivocabile: la concentrazione media globale ha raggiunto 422,8 ppm nel 2024, oltre il 50% in più rispetto ai livelli precedenti la Rivoluzione industriale, e il picco stagionale di Mauna Loa ha toccato 432,3 ppm nel maggio 2026. Negli inventari le emissioni vengono classificate per settore e per origine, distinguendo quelle dirette da combustione da quelle indirette legate ai consumi energetici e ai cambiamenti d’uso del suolo: è questa contabilità per settore che permette di attribuire responsabilità e fissare obiettivi.

Quali sono le principali fonti e i pozzi naturali di CO2?

Sul versante naturale fonti e pozzi convivono e in parte si compensano: gli stessi sistemi che emettono CO2 sono spesso quelli che la riassorbono, e l’equilibrio dipende dalle condizioni ambientali.

  • Fonti biologiche e da combustione: respirazione di piante, animali e suoli, decomposizione della materia organica e incendi naturali.
  • Fonti geologiche: vulcani, fumarole, geyser e decarbonatazione delle rocce carbonatiche in profondità.
  • Pozzi naturali: fotosintesi della biosfera e oceani, che assorbono grandi quantità di CO2 ma possono comportarsi anche da fonte a seconda della temperatura dell’acqua.

La capacità di assorbimento di questi pozzi non è illimitata, e sta già cedendo: secondo il Global Carbon Budget 2025 l’8% dell’aumento della concentrazione atmosferica registrato dal 1960 è attribuibile all’indebolimento dei pozzi terrestri e oceanici provocato dal cambiamento climatico stesso.

Quali attività antropiche producono più CO2 e perché le emissioni crescono?

Le emissioni antropiche hanno una struttura riconoscibile:

  • Combustione di fossili: carbone, petrolio e gas naturale per elettricità, trasporti e riscaldamento. Vale circa il 90% delle emissioni antropiche di CO2 ed è la causa dominante dell’aumento delle concentrazioni.
  • Processi industriali: produzione di cemento, ghisa, acciaio e composti chimici come ammoniaca e idrogeno.
  • Uso del suolo: deforestazione, prosciugamento delle zone umide e agricoltura intensiva, che emettono carbonio e riducono i pozzi.

La ragione della crescita è strutturale: dalla seconda metà del Settecento il carbonio estratto dal sottosuolo viene reimmesso in atmosfera più rapidamente di quanto i pozzi naturali riescano a riassorbirlo. I pozzi continuano ad assorbire circa metà delle emissioni antropiche, ma finché lo squilibrio persiste la quota restante si accumula e la concentrazione atmosferica continua a salire.

7. Cattura e riduzione della CO2: CCS, CCUS e strumenti normativi

La decarbonizzazione dei settori hard to abate, come cemento, acciaio, chimica e raffinazione, non è perseguibile solo attraverso efficienza energetica e rinnovabili: per molti processi industriali le emissioni di CO2 sono intrinseche alla reazione chimica e non eliminabili alla fonte. È qui che entrano in gioco le tecnologie di cattura, stoccaggio e utilizzo, note con gli acronimi CCS (Carbon Capture and Storage) e CCUS (Carbon Capture, Utilization and Storage). Entrambe intercettano la CO2 prima che raggiunga l’atmosfera, ma divergono nel destino finale del gas: nel CCS viene iniettata in formazioni geologiche profonde per un isolamento permanente, nel CCUS viene valorizzata come materia prima per prodotti chimici, combustibili sintetici o materiali da costruzione.

Come funziona il CCS (Carbon Capture and Storage)?

Nel CCS la CO2 viene separata dal flusso di gas di combustione o di processo attraverso tre tecnologie principali. La post-combustion capture assorbe la CO2 dai fumi di scarico con solventi amminici, in genere a base di monoetanolammina (MEA): è la tecnologia di riferimento degli impianti commerciali di cattura post-combustione ed è la più adatta al retrofit di centrali esistenti. La pre-combustion capture converte il combustibile in una miscela di H2 e CO2 prima della combustione, separando la CO2 in pressione e in forma concentrata, con penalità energetiche inferiori. L’oxyfuel combustion brucia il combustibile in ossigeno puro, producendo un flusso di fumi concentrato in CO2 e vapore acqueo, più semplice da purificare.

Una volta catturata, la CO2 viene compressa in fase supercritica, trasportata tramite condotte e iniettata in acquiferi salini profondi o in giacimenti di idrocarburi esauriti. La soglia degli 800 metri è il riferimento tecnico minimo, perché è a quella profondità che pressione e temperatura mantengono la CO2 in fase densa; gli acquiferi idonei si collocano di norma tra 800 e 3.000 metri.

Cos’è il progetto Ravenna CCS di Eni e Snam?

Il progetto Ravenna CCS, joint venture paritetica tra Eni e Snam, è il primo progetto italiano di cattura, trasporto e stoccaggio permanente della CO2. La Fase 1, avviata nell’agosto 2024, cattura circa 25.000 tonnellate all’anno di CO2 dall’impianto di trattamento gas di Casalborsetti, a nord di Ravenna, e le inietta a circa 3.000 metri di profondità nel giacimento esaurito di Porto Corsini Mare Ovest, nell’Adriatico, attraverso condotte già usate per il gas naturale e riconvertite. Secondo i dati della joint venture, la fase pilota ha registrato un’efficienza di cattura superiore al 90%, con punte del 96%, su fumi con concentrazione di carbonio inferiore al 3%.

Lo sviluppo su scala industriale è previsto con la Fase 2, subordinata al completamento degli iter autorizzativi, ancora in corso ad agosto 2026, con l’obiettivo di stoccare fino a 4 milioni di tonnellate all’anno entro il 2030, in linea con il traguardo indicato dal Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima. La scelta dell’Adriatico settentrionale non è casuale: la capacità complessiva dei giacimenti esauriti offshore è stimata da Eni e Snam in oltre 500 milioni di tonnellate di CO2, e dopo il 2030 la portata annua potrebbe salire a 16 milioni di tonnellate in funzione della domanda di mercato.

Come funziona l’EU ETS e qual è il collegamento con la CO2?

Il sistema europeo di scambio delle quote di emissione, istituito dalla direttiva 2003/87/CE, è il principale strumento di mercato per la riduzione delle emissioni nell’Unione. Le installazioni industriali e le centrali elettriche sopra determinate soglie ricevono o acquistano quote, ognuna corrispondente al diritto di emettere una tonnellata di CO2 equivalente. Il prezzo delle quote crea un incentivo diretto: se abbattere una tonnellata di CO2 costa meno del prezzo di mercato della quota, l’azienda ha convenienza a investire in tecnologie come il CCS.

La revisione della direttiva, operata dalla direttiva (UE) 2023/959 nell’ambito del pacchetto Fit for 55 presentato il 14 luglio 2021, ha inasprito il sistema riducendo il cap annuale a ritmo accelerato ed estendendone il campo di applicazione. Da essa discende anche l’ETS2, un sistema distinto e parallelo con cap e fattore di riduzione lineare propri, destinato a edifici, trasporto stradale e settori industriali non coperti dal primo: la sua piena operatività è stata rinviata al 2028 dalla modifica alla normativa europea sul clima in vigore dal 7 aprile 2026.

Il CBAM, istituito dal regolamento (UE) 2023/956 del 10 maggio 2023, completa l’EU ETS estendendo il prezzo del carbonio alle importazioni, così da prevenire la rilocalizzazione delle emissioni verso paesi con vincoli meno stringenti. Dopo un periodo transitorio di sola rendicontazione, dal 1° ottobre 2023 al 31 dicembre 2025, il meccanismo è entrato nel regime definitivo il 1° gennaio 2026: da quella data solo i dichiaranti autorizzati possono importare merci CBAM. Il regolamento di semplificazione (UE) 2025/2083 ha però rinviato la vendita dei certificati al 1° febbraio 2027 e spostato al 30 settembre 2027 la prima dichiarazione annuale, relativa alle importazioni del 2026. Lo stesso regolamento ha introdotto una soglia di esenzione per chi importa meno di 50 tonnellate annue di merci CBAM, che la Commissione può rivedere ogni anno entro il 30 aprile.

GasFormulaGWP100 (CO2 = 1)Principali fonti di emissione
Anidride carbonicaCO21 (riferimento)Combustione fossili, processi industriali, deforestazione
MetanoCH429,8 (fossile) / 27,9 (biogenico)Allevamento, discariche, estrazione gas naturale, risaie
Protossido di azotoN2O273Fertilizzanti azotati, allevamento, processi industriali
IdrofluorocarburiHFCDa 771 a 14.600 secondo il compostoRefrigerazione, climatizzazione, propellenti
PerfluorocarburiPFC7.380 (CF4)Produzione di alluminio, semiconduttori
Esafluoruro di zolfoSF625.200Impianti elettrici ad alta tensione, semiconduttori
Trifluoruro di azotoNF317.400Produzione di semiconduttori e pannelli

FAQ

Qual è la formula chimica della CO2 e come si rappresenta la sua struttura molecolare?

La formula chimica della CO2 è O=C=O: un atomo di carbonio centrale legato a due atomi di ossigeno tramite doppi legami. La molecola è lineare, con angolo di legame di 180°, e apolare, perché la simmetria annulla i due dipoli C=O dando un momento di dipolo nullo.

Qual è la differenza tra CO2 e CO e perché non vanno confusi?

La CO2 è l’anidride carbonica e porta due atomi di ossigeno per ogni atomo di carbonio, mentre il CO è il monossido di carbonio e ne ha uno solo. Sono composti chimicamente distinti per proprietà, tossicità e impieghi: confonderli genera errori di classificazione con conseguenze concrete nella sicurezza sul lavoro e nelle schede di dati di sicurezza.

Come si forma la CO2 nei processi naturali come respirazione, decomposizione e fermentazione?

La CO2 naturale nasce dall’ossidazione della materia organica attraverso tre processi biologici:

  • Respirazione cellulare: l’ossigeno reagisce con il glucosio liberando CO2, acqua ed energia.
  • Decomposizione: microrganismi degradano residui vegetali e animali restituendo CO2.
  • Fermentazione alcolica: il glucosio si converte in etanolo e anidride carbonica.

Quali attività umane emettono più CO2 nell’atmosfera?

La principale origine antropica è la combustione di combustibili fossili, che vale circa il 90% delle emissioni antropiche di CO2 e si distribuisce su tre comparti:

  • Produzione elettrica: centrali termoelettriche a carbone e a gas naturale.
  • Trasporti: autoveicoli, navi e aerei alimentati da derivati del petrolio.
  • Industria e processi: cementifici, acciaierie e chimica di base, a cui si somma la deforestazione.

Perché la combustione di carbone, petrolio e gas naturale produce anidride carbonica?

La combustione produce CO2 perché il carbonio contenuto nel combustibile si ossida completamente e torna in atmosfera come anidride carbonica, lo stato di ossidazione massima del carbonio. Lo illustra la reazione del metano, CH4 + 2 O2 → CO2 + 2 H2O: carbone, petrolio e gas seguono lo stesso meccanismo di ossidazione del carbonio fossile.

Quali sono le principali fonti naturali di CO2 e quali sono i suoi principali pozzi di assorbimento?

Sul versante naturale fonti e pozzi convivono e in parte si compensano:

  • Fonti biologiche: respirazione, decomposizione della materia organica e incendi naturali.
  • Fonti geologiche: vulcani, fumarole, geyser e decarbonatazione delle rocce carbonatiche in profondità.
  • Pozzi di assorbimento: fotosintesi della biosfera e oceani, che insieme assorbono circa la metà delle emissioni antropiche: il 29% l’oceano e il 21% la vegetazione.

In che modo la CO2 contribuisce all’effetto serra e al riscaldamento globale?

La CO2 assorbe e riemette la radiazione infrarossa, trattenendo calore in atmosfera e alterando il bilancio energetico del pianeta. Secondo l’indice AGGI del NOAA, nel 2024 la CO2 ha rappresentato circa il 66% del forzante radiativo esercitato dai gas serra a lunga vita, e il suo impatto persiste a lungo per via della permanenza in atmosfera.